188 donne per la legge 188

188 donne del sindacato, dell’informazione, della cultura, della politica, delle istituzioni, della società civile, hanno aderito all’appello contro la pratica, diffusissima delle dimissioni in bianco: la lettera di dimissioni fatta firmare alle ragazze soprattutto, ma anche ai ragazzi , alle lavoratrici e ai lavoratori stranieri, al momento dell’assunzione. Una firma senza data, così da poter tessere tirata fuori al momento buono:una lunga malattia, un incidente, un matrimonio,soprattutto una gravidanza in modo da liberarsi di quella persona senza problemi.

Dimissioni in bianco è una specie di parola magica che fa scattare oggi immediatamente una reazione indignata di donne e uomini che vogliono difendere lo Stato di Diritto, la libertà e la dignità delle donne,il valore del lavoro. È l’ora di riavere quella norma di civiltà, tolta con il primo atto del Governo Berlusconi.

In questi giorni le 188 firmatarie hanno chiesto un incontro alla ministra Fornero per
il ripristino immediato di una legge di civiltà che ha a che fare con lo Stato di diritto oltre che con la dignità delle persone, con il valore del lavoro, con la libertà delle donne che solo uno spirito illiberale può contrapporre alla maternità.

Una richiesta urgente del ripristino della legge 188, per il suo significato simbolico, per la sua efficacia, per la sua semplicità, per la sua nettezza.

Formigoni non irrida le donne

Vorremmo poter apprezzare che il Presidente Formigoni abbia finalmente preso atto dell’importanza della presenza femminile in Giunta.

Peccato, invece, che questo suo improvviso ravvedimento risulti molto strumentale. E a dire il vero anche un po’ irridente nei toni usati.

Stiamo parlando di un governatore che, senza battere ciglio di fronte alle tante rimostranze, si è scelto quattro sottosegretari maschi su quattro e quindici assessori maschi su sedici. Un bel record in tema di quote rosa!

Soltanto adesso, con la spada di Damocle del ricorso presentato da varie associazioni di donne che pende su Palazzo Lombardia, sembra aver cambiato idea.

Senza contare, poi, come il tutto gli risulti guarda caso funzionale, a fronte degli ultimi pesantissimi scandali giudiziari, per giustificare un rimpasto di Giunta, sostituire le figure più scomode e nascondere la perdita irrecuperabile di credibilità politica dietro qualche effetto speciale e una bella cortina fumogena.

Niente, dunque, che abbia a che fare con una sincera presa di coscienza sulle pari opportunità e sulla rappresentanza di genere.

Anche perché temiamo che il suo concetto di ‘tante, tante donne’ – come da dichiarazione odierna – sia un po’ diverso dal nostro. Per noi significa una Giunta almeno per la metà al femminile. Mentre i rumors parlano al massimo di una o due nuove assessore. Lo vedremo alla prova dei fatti, che rischiano di essere deludenti ancor più delle parole

Il maschilismo di Formigoni

Il Consiglio di Stato, interrogato dalle associazioni Usciamo dal Silenzio, Donne in quota e Laboratorio 51, discuterà della composizione della giunta regionale lombarda, che vede tra i suoi componenti soltanto una donna.

Se il Tar della Lombardia aveva dato torto al ricorso delle associazioni contro la Giunta lombarda, il secondo grado del tribunale amministrativo ha deciso che la questione è meritevole di essere trattata.

Il 17 aprile, quindi, seppur solo in una sede legale continuerà la nostra battaglia per le pari opportunità.

Una questione che non è solo formale ma di parità sostanziale e di rispetto di tutte le donne lombarde.

Non riconoscere il figlio è un diritto. In ogni caso.

La legge italiana garantisce a ogni donna il diritto di partorire nell’anonimato, di non riconoscere il figlio e di lasciarlo presso l’ospedale che avvierà le procedure per la sua adozione.

Ci chiediamo allora con grande amarezza come la giovane che ha dato alla luce ieri il suo bimbo al San Paolo andandosene poco dopo sia diventata un caso e rischi addirittura – leggiamo sulla stampa – una denuncia per abbandono di minore.

Non avrà seguito le procedure corrette, probabilmente non conoscendole. Ma non ha mollato il suo piccolo per strada, magari in un cassonetto. L’ha lasciato al sicuro, in ospedale, come molte altre donne decidono di fare e come la legge prevede.

Troviamo quindi gravissimo il fatto che le sue generalità siano state fornite non solo alle forze dell’ordine, ma persino ai giornali, con diffusione e pubblicazione di iniziali, età, nazionalità e persino zona di residenza.

La donna che non voglia riconoscere il figlio ha diritto a una rigorosa protezione del segreto del suo nome. E che una giovane debba scontare in modo così pesante il fatto di essere scappata subito dopo il parto anziché firmare un modulo, appare davvero inaccettabile.

Ci mancava, questa storia, in Lombardia, dove abortire è sempre più difficile, dove si prevedono funerali per gli embrioni, dove si fanno le crociate contro la Ru486 e addirittura la pillola del giorno dopo. Ci mancava proprio. E ci lascia ancor più convinte nell’impegno a difesa della legge 194 e della autodeterminazione delle donne.

Non solo equità, ma un investimento sul futuro di tutti.

In una settimana in cui la retorica reazionaria, ringalluzzita dagli atti violenti di una minoranza cretina che nulla ha a che spartire con un movimento mondiale come quello degli indignati, l’ha fatta da padrone nascondendo ancora una volta i problemi reali è uno studio della Banca d’Italia a riportare il Paese alla realtà, a una crisi in granparte dovuta a sperequazioni sociali, a occasioni mancate, a scelte stupidamente ideologiche.
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