Legge 194: la corsa a ostacoli delle donne

In Lombardia, dove sono stati praticati 19700 aborti nel 2009 e 18959 nel 2010, il 64% dei medici ostetrici-ginecologi negli ospedali pubblici (565 su 888) è obiettore di coscienza, insieme al 42% degli anestesisti (602 su 1459) e al 43% degli infermieri (1221 su 2832).

I dati completi dell’ultima rilevazione ufficiale dell’assessorato alla sanità, relativa al biennio 2009/2010 per le ivg e risalente al 30 giugno dello scorso anno per l’obiezione, sono stati presentati questa mattina dal Gruppo di Sinistra Ecologia Libertà in Consiglio regionale.

Ci troviamo di fronte a numeri allarmanti che ancora una volta dimostrano come l’accesso all’interruzione di gravidanza comporti quasi sempre una vera e propria corsa a ostacoli”.

Incrociando le quantità di aborti effettuati nelle strutture ospedaliere pubbliche delle Asl con le richieste per residenza e la presenza di personale obiettore appare evidente che molte donne si ritrovano costrette a spostarsi fuori dal proprio ambito territoriale per sottoporsi all’intervento.

Alcuni dati esemplificativi in tal senso. Negli ospedali di Como 23 ginecologi su 26 fanno obiezione; nel 2010 le ivg richieste da quel territorio sono state 791, di cui però soltanto 578 effettuate in loco. Stesso discorso per Legnano: 20 obiettori su 29, 1422 ivg richieste e appena 847 praticate lì. E a compensare la situazione c’è Milano, che ha complessivamente tassi di obiezione più bassi con l’eccezione del Niguarda (20 su 24): 4112 gli aborti richiesti da residenti, 6452 quelli effettuati.

Questi numeri mettono innanzitutto in discussione la libertà delle donne e la loro salute, rendendo inesigibile un diritto garantito dalla legge, in un percorso che è già di per sé psicologicamente complicato. Ma non andrebbero trascurate nemmeno le ricadute negative sui pochi medici non obiettori che spesso si ritrovano relegati a occuparsi soltanto di interruzioni di gravidanza, senza alcuna possibilità di carriera. Anche perché è legittimo credere che un’adesione così alta all’obiezione non possa essere giustificata da convinzioni personali, ma in molti casi determinata da scelte di convenienza professionale.

Per questo ci sentiamo di condividere la proposta, recentemente avanzata da Stefano Rodotà, di abolire la possibilità dell’obiezione di coscienza sulla 194. Perché a trent’anni dalla sua entrata in vigore, oggi un medico sa che l’aborto è un diritto sancito per legge e un obbligo professionale. La clausola per sottrarvisi non ha più senso e gli ospedali pubblici dovrebbero assumere con bandi soltanto medici non obiettori, in modo da poter effettuare con efficacia e puntualità un servizio che devono necessariamente assicurare.

Lettera dell’Assessorato alla Sanità
Tabella 1 – Obiettori di coscienza
Tabella 2 – Interruzioni volontarie di gravidanza

La beffa dei ticket

Se la cosiddetta operazione trasparenza di Regione Lombardia sulle tariffe delle prestazioni sanitarie aveva l’obiettivo non annunciato, ma intuibile, di far digerire ai pazienti il pagamento del ticket a fronte dell’esplicitazione del costo, a volte imponente, di esami o interventi, ad oggi sta invece ottenendo l’effetto contrario.

La spesa pubblica indicata in ricetta sta infatti in molti casi chiarendo ai lombardi tutta l’iniquità del sistema. Ora un cittadino sa che, per esempio, il monitoraggio della pressione arteriosa è tariffato a 42.23 euro. Peccato che per eseguirlo debba pagarne 48.45, cioè il fisso di 36.15, più il superticket di 12.30. E dalle sue tasche vede così uscire una cifra più alta del costo effettivo dell’esame.

Per quanto ci riguarda, consideriamo sbagliata questa mossa furbetta – non a caso deliberata a pochi mesi dall’aumento dei ticket – che, in caso di cifre consistenti, rischia di colpevolizzare i pazienti, minando i principi del diritto universale alla salute e alle cure. Con un unico risvolto inaspettatamente positivo: aver alzato il velo, numeri alla mano, su un’ingiustizia che denunciamo da mesi.

E alla quale Regione Lombardia dovrebbe al più presto porre rimedio, almeno legando il versamento del ticket ai redditi in modo più proporzionato e scaglionato.

L’ipocondria di Lucchina

L’obbligo, introdotto da Regione Lombardia per tutti i medici e gli ospedali, di indicare in ogni comunicazione al paziente il costo sostenuto dalle casse pubbliche per la prestazione medica non è una rivoluzione. Tuttaltro.
Rischia di essere l’ennesimo specchietto per allodole.

Secondo Lucchina, direttore generale della sanità lombarda: ”responsabilizzare, soprattutto chi si sottopone a esami costosi, è nell’interesse di tutti. Le risorse non sono illimitate”.
Vorremmo sommessamente ricordare che sottoporsi a esami e analisi, oppure a ricoveri e interventi è una necessità dolorosa. Di certo non si fa per ipocondria o per noia.
Per esempio un ricoverato per polmonite (che Lucchina indica costare alle casse pubbliche circa 3.300 euro) non può essere concepito come un problema, tantomeno come un problema di cui essere responsabilizzato.

Al contrario il superticket applicato in Lombardia, che non tiene conto delle fasce di reddito e quindi delle possibilità reali delle persone, rischia di allontanare i cittadini non tanto dalla cura, che rimane “obbligatoria”, ma dalla prevenzione, aumentando così il rischio di patologie gravi e quindi i costi per le casse pubbliche.

Tutti hanno diritto alla salute

Che l’obiettivo finale del modello Formigoni nel settore socio-sanitario fosse l’introduzione del sistema assicurativo lo denunciamo da anni. Ma mai finora la Giunta ne aveva parlato così apertamente.

Lo ha fatto oggi attraverso il megafono del Presidente, quell’assessore Boscagli a lui idealmente così vicino e collocato per l’appunto in posizione strategica.

Il quale in tutta tranquillità, al convegno sulle Rsa organizzato dall’Università Carlo Cattaneo di Castellanza, ha formulato una proposta di revisione del welfare che implica lo smantellamento totale di quanto ancora resta del servizio pubblico: si curerà e si farà assistere chi se lo potrà permettere.

Nell’ipotesi di Formigoni e Boscagli, che esplicitano la costituzione di fondi mutualistici, la Regione abdica al suo ruolo, spingendo al massimo la politica dei voucher con un aggravio di costi e un calo di qualità a carico dei cittadini. Naturalmente, ancora una volta e sempre di più, a vantaggio dei privati.

Come prendere due piccioni con una fava, oltretutto. Perché in questo modo l’intento, lungamente e già proficuamente perseguito, di favorire i soggetti del business socio-sanitario segnerebbe un ulteriore traguardo. E, in più, si riuscirebbe a coprire il vuoto di risorse di un bilancio 2012 che pone fortemente a rischio il finanziamento dei servizi sociali sui territori.

Per quanto ci riguarda, su questo tema ci metteremo di traverso, in Commissione e in Aula. Perché le parole dell’assessore Boscagli, dietro il paravento dell’innovazione, nascondono un disegno di welfare che di fatto compromette il diritto universale alla salute.

STOP OPG

L’Ospedale Psichiatrico è un istituto inaccettabile per sua natura, per il suo mandato, per l’incongrua legislazione che lo sostiene. Il fatto che tuttora esistano è frutto unicamente di un’obsoleta concenzione della malattia mentale e la Lombardia non fa eccezione.

L’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Castiglione delle Stiviere non è diverso dagli altri.
Viene descritto come un modello di riferimento e passa, invece, sotto silenzio quello che è sempre stato: un manicomio. Passa sotto silenzio l’inadeguatezza degli interventi riabilitativi, così com’è nascosto da una coltre silenziosa il sovraffollamento della struttura. In modo altrettanto silenzioso è passato il recente suicidio avvenuto in esso.

Per tutti questi motivi ho aderito all’appello STOP OPG.

Puoi aderire anche tu inviando una mail a fpmantova@cgil.lombardia.it