Legge crescita: no alla contrattazione di secondo livello in deroga e al reclutamento locale degli insegnanti

Il progetto di legge per la crescita approvato dalla Giunta regionale è un testo molto complesso che riguarda svariati argomenti e che andrà analizzato nel dettaglio di ogni sua piega. Ma già a caldo è possibile e necessario fare alcune considerazioni, almeno su due punti.

È certamente un passo avanti il fatto che nella versione finale non ci sia più alcun riferimento esplicito all’articolo 18 e all’ipotesi di indennizzo in cambio della rinuncia a far valere i propri diritti se licenziati. Una prima vittoria importante, ascrivibile soprattutto alla Cgil che ha da subito contrastato questo passaggio, denunciandone la gravità.

Resta tuttavia nel nuovo articolato l’insistenza sulle contrattazioni di secondo livello con la possibilità di non meglio precisate deroghe agli accordi nazionali e perciò il rischio concreto che si determinino condizioni contrattuali peggiorative e si costruisca nei fatti un mercato del lavoro al ribasso.

E poi c’è il capitolo della scuola. Il reclutamento degli insegnanti, già a partire dal prossimo anno, attraverso concorsi differenziati promossi dai singoli istituti e i cui criteri saranno stabiliti dalla stessa Giunta rappresenta il tentativo – del resto caro sia al Formigoni fautore della libera scelta sia alla Lega secessionista – di scardinare il sistema di istruzione nazionale. Una proposta che configura evidenti tratti di incostituzionalità e che dà per di più adito a scelte discrezionali in barba alle graduatorie, determinando una sorta di raccomandazione istituzionalizzata.

Nei prossimi giorni il progetto di legge arriverà in Consiglio: saremo pronti a tradurre il nostro netto dissenso su questi punti in emendamenti migliorativi.

Una donna, due donne, un certo numero di donne

Il tentativo riuscito male di un’operazione di propaganda, per un rimpasto diventato, nella traduzione dagli annunci ai fatti, niente più che un rimpastino. Con alcune invenzioni, qualche conferma e un aspetto preoccupante.

Primo, le invenzioni. Novità significative pari a zero dal punto di vista della presenza femminile in Giunta, che passa da un assessore su sedici a due su sedici, in barba alle ‘tante, tante donne’ promesse nei giorni scorsi da Formigoni.

Dal nulla viene poi creato, e da giorni mediaticamente speso, il Delegato alla Trasparenza, con il compito di vigilare su appalti pubblici, società partecipate e gestione dei rifiuti. Nessun organismo vero di controllo, ma una figura che risponde esclusivamente al Presidente. Con quali garanzie per chi, verrebbe quindi da chiedersi. E poco importa che a ricoprire questo incarico palesemente di facciata sia un magistrato di alto livello.

Secondo, le conferme. Da sempre contestiamo i sottosegretari del Presidente, poiché comportano uno spreco di soldi pubblici per un ruolo di fatto superfluo. La sostituzione di Magnano con Ombretta Colli ne è la dimostrazione. Spariscono con lui l’Attrattività e la promozione del territorio, di cui certo non sentiremo la mancanza, arrivano con lei la Moda e il Design. Nonché le Pari opportunità, delle quali però già si occupa in modo specifico Monica Guarischi. E così, tra doppioni e walzer di deleghe intercambiabili indipendentemente dai contenuti, vediamo finalmente rappresentata in modo plastico l’inutilità dei quattro aiutanti di Formigoni.

Per non dire poi di quell’accento trionfale sugli incarichi diventati da oggi full-time. Un’altra certezza acquisita. Perché in effetti, più di un’inchiesta giudiziaria ci aveva instillato il sospetto che finora gli assessori di Formigoni fossero talvolta in altre faccende affaccendati.

Terzo, la preoccupazione. Ridotte all’osso le deleghe a Rossoni, Valentina Aprea entra in Giunta a occuparsi non solo di cultura, ma anche di formazione e istruzione. Materie che l’hanno vista sottosegretaria per due volte con Berlusconi, nelle stagioni più cupe per la scuola in questo Paese, fautrice di un disegno di legge che voleva trasformare gli istituti scolastici in fondazioni e aprire la gestione del sistema pubblico ai privati. Sappia fin d’ora che ci troverà sulla strada di qualunque esperimento in tal senso a livello regionale.

Infine, un auspicio. Che, almeno, il giro di poltrone non sia prelu

No al reclutamento territoriale degli insegnanti.

Formigoni lo aveva annunciato nell’aprile del 2010. Boni lo ha rilanciato lo scorso luglio. E ora pare che davvero Regione Lombardia si appresti a istituire un sistema territoriale di reclutamento degli insegnanti. Tentando di farlo, peraltro, alla chetichella.

Perché la norma in questione non è un provvedimento a sé, ma risulta inserita nelle pieghe della legge per la crescita non ancora ufficialmente depositata in Consiglio, ma già presentata dalla Giunta al Tavolo del Patto per lo sviluppo.

In attesa di leggere il testo integrale del pdl, che nel complesso delle restanti misure ci auguriamo non si limiti a essere l’ennesimo atto di vuota propaganda formigoniana, stigmatizziamo qualsiasi provvedimento finalizzato a favorire – come si legge nella presentazione del documento – ‘una maggiore libertà da parte degli istituti nella individuazione dei docenti’, unendoci alla denuncia della Cgil.

Si tratta infatti di un passo contro la Costituzione, in quanto tenta di scardinare – rispondendo alla duplice esigenza di Formigoni rispetto al rapporto tra scuola pubblica e privata e della Lega nelle sue pulsioni secessioniste – il sistema di istruzione nazionale, che della Carta rappresenta uno dei principi fondanti.

Senza contare che, dietro il paravento del merito e della valorizzazione dei docenti lombardi, si darebbe adito di fatto a scelte discrezionali in barba alle graduatorie, con il rischio di una sorta di raccomandazione istituzionalizzata.

Noi non ci stiamo. L’auspicio è che la norma venga stralciata da subito. In caso contrario saremo impegnati, in Consiglio ma anche fuori, a contrastare con forza un provvedimento anticostituzionale che lede i diritti della scuola, degli studenti e degli insegnanti

Brunetta d’oro

Vincere il “Brunetta d’oro” deve essere una di quelle cose che si scordano difficilmente.
Di sicuro difficilmente lo scorderà Antonella A. insegnante, abitante a San Donato Milanese e iscritta alla graduatoria del Ministero della Pubblica istruzione dal 1987.
È lei a vincere il titolo di precario della scuola lombarda con più anni di precariato alle spalle.

È questo il risultato del “concorso” lanciato dal Codacons contestualmente all’avvio di una class action contro il Ministero in relazione alla direttiva UE 1999/70/CE

Troppe sono le situazioni simili e per quanto paradossale, non è difficile immaginare questi 24 anni fatti di un peregrinare da una scuola all’altra.
Il tutto per una legislazione che pone un’indiscutibile e vergognosa discriminazione tra pubblico e privato.

Le oltre 2000 adesioni regionali all’iniziativa del Codacons rendono perfettamente l’idea delle dimensioni della questione. Una questione che in Italia riguarda, è bene ricordarlo, oltre 245.000 dipendenti della pubblica istruzione e la cui soluzione purtroppo non sembra essere in vista.

Una scelta pilatesca

Il repubblichino e la ragazza ebrea morta nelle camere a gas di Bergen Belsen. Ferruccio Spadini e Luisa Levi possono essere messi sullo stesso piano? Si possono commemorare sotto lo stesso tetto due figure così distanti?

Un caso nato nel 2007, quando i nipoti di Ferruccio Spadini, maggiore della Gnr, la polizia militare fascista, istituirono una borsa di studio in memoria del nonno, destinata a uno studente dell’Istituto comprensivo “Luisa Levi” di Mantova

La vicenda già nel 2007 si trascinò senza slanci.

Il provveditore consigliò, pilatescamente, che la borsa di studio Spadini venisse dirottata al liceo classico e alla fine il Consiglio di istituto respinse, con una maggioranza risicata, il progetto, e cancellò la borsa.

Paolo Comensoli, dirigente regionale scolastico, ne fu soddisfatto: “Democrazia e fascismo non sono la stessa cosa, e non si possono confondere”.

Lui è il nipote di don Carlo Comensoli, il prete partigiano che venne arrestato da Spadini, ma che in Cassazione testimoniò in suo favore: “I figli di Spadini vennero a chiedere aiuto a mio zio, per poter riavere i suoi beni. Mio zio era un prete, e si prestò a un gesto umanitario. Che, però, non interpretò mai come una riabilitazione”.

Ciò che non riuscì quattro anni fa, è riuscito il mese scorso con l’istituzione della borsa di studio.

La domanda rimane quella: il repubblichino e la ragazza ebrea morta nelle camere a gas di Bergen Belsen possono essere messi sullo stesso piano?