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Da Formigoni in Aula un discorso fotocopia Ma la Lombardia vera è un’altra…













Ieri Formigoni ha presentato al Consiglio Regionale il suo programma di governo , un discorso che ripete quanto già detto 5 anni fa e che si dimentica della crisi in atto in Lombardia, né da indicazioni su quanto la Giunta ha in mente, sempre che abbia qualcosa in mente, per porvi rimedio.

Vi riporto il mio intervento in aula. Mi piacerebbe conoscere le vostre opinioni

Signor Presidente,

il programma di governo che ci è stato illustrato oggi in consiglio ci sembra la copia di cose già dette negli anni passati.

E invece ci sarebbe bisogno di un programma straordinario.

Perché vedete, a pochi passi dal Consiglio, qui in piazza Duca d’Aosta, proprio di fronte al Pirellone, c’è una tenda di lavoratori delle aziende in crisi.

Si tratta della Maflow, Italtel, Mangiarotti, Eutelia e tanti altri purtroppo.

Crisi rumorose, che fanno notizia, che si fanno sentire.

Alle quali si aggiungono le tante crisi silenziose: i contratti  precari, i co.co.pro. che non vengono rinnovati e non hanno nemmeno l’onore di finire nelle classifiche.

In Italia e soprattutto in Lombardia assistiamo a due fenomeni paralleli e altrettanto preoccupanti: la delocalizzazione dell’attività manifatturiera a basso valore aggiunto e la concentrazione fuori dal paese delle proprietà intellettuali e delle attività di ricerca, progettazione e sviluppo.

Sono oltre 200.000 i posti a rischio in Lombardia

Questi lavoratori, i sindacati, chiedono risposte, interventi, attenzione. Non sono sufficienti le misure tampone e insufficienti per risolvere la crisi sono la dote lavoro e formazione.

Ci vogliono risposte che diano futuro al lavoro e al nostro territorio. Questa è la questione centrale, la priorità: passare dalle parole ai fatti.

Per questo chiediamo che la regione costruisca una UNITA’ DI CRISI per il futuro produttivo della Lombardia. Unità di crisi cioè una struttura politico-amministrativa che si avvalga del contributo di esperti di finanza, produzione, commercializzazione dei prodotti e così via: insomma dei consulenti veri e utili per il sostegno alla società lombarda.

Infatti, non ci può essere rilancio su un modello vecchio: competere sul costo del lavoro, settori maturi, produzione di merci a basso contenuto tecnologico. Già oggi rischiamo di competere su segmento basso: Livello di istruzione della popolazione attiva è di 10 punti inferiore rispetto ad alcuni Paesi europei come la Germania. Reddito medio di un lavoratore (secondo il caf cgil) è di 15.362 euro anno pari a un reddito mensile netto di 1.181 euro per 13 mensilità.

Le misure messe in campo sono tanto più insufficienti perché La Lombardia non è più la locomotiva del Paese. In Lombardia si consuma molto di più di quanto si produce perché la ricchezza nasce dalla messa sul mercato del patrimonio creato da generazioni. Oggi anche le fondazioni del welfare sono dismesse.

Vorrei dare alcuni dati: Sono 7 anni che il Pil lombardo diminuisce di più del PIL nazionale. C’è una continua caduta della spesa per investimenti nelle realtà produttive. Il credito alle imprese, che pure appare positivo, se viene depurato dai grandi affari immobiliari, era in regresso ancor prima della crisi. Nel frattempo l’indebitamento delle famiglie è cresciuto negli ultimi 4 anni addirittura del 26%.

E non c’è stata legge, tra quelle prodotte negli ultimi anni, che affronti le politiche redistributive. In Lombardia l’11% della popolazione si percepisce povera

La crisi ci chiede, ci impone di tornare alla verità: scarse sono state le risorse effettive messe in campo per fronteggiarla, ripetitive le idee messe in campo, quanto meno inadeguato l’impegno a mobilitare energie per determinare nuovi orientamenti nelle politiche industriali e perfino gli interventi annunciati segnano il passo, visto che le stesse associazioni industriali ed economiche – per non parlare delle organizzazioni sindacali continuano a lamentare rilevanti ritardi nell’erogazione del credito da parte di banche ed istituti, compresi quelli regionali.

Siamo di fronte al FALLIMENTO DI UN MODELLO e la tormentata vicenda dell’Expo racchiude e riassume questo fallimento.

Expo era una grande occasione per cambiare e innovare, in Lombardia e in Italia: superare la “maledizione” per cui ogni grande evento degrada in affarismo e incapacità; costruire, a partire dal tema dell’alimentazione, sistemi e filiere produttive, università e ricerca; valorizzare il territorio. Noi ci abbiamo creduto.

Ad oggi, abbiamo migliaia, milioni di parole e estesi conflitti politici e di potere nel centrodestra e tra istituzioni. E, sul piano materiale, cancellate via via non solo alcune follie della Moratti (la via d’acqua…controcorrente, il grattacielo nel posto sbagliato, ecc.) ma le linee di metropolitana, la ristrutturazione del trasporto pubblico, i progetti con finalità occupazionale, mentre cresce – non si ferma mai! – la voglia di metri cubi ovunque, dall’area Expo a ogni angolo di Milano e di altre città.

Nel modello attuale, tutto viene risolto con la LIBERTA’ DI SCELTA. E’ stato detto “accrescere la libertà dei cittadini”.

Una concezione privatistica dei rapporti sociali e delle politiche di governo. Così interpretiamo la politica dei buoni che si estende ad ogni dimensione della vita sociale e progressivamente sostituisce la politica dei servizi pubblici. Il settore pubblico si trasforma così in soggetto esclusivamente regolatore di un insieme di attività private, azzerando la realtà e la consapevolezza che tale riduzione non è in grado di superare gli ostacoli all’accesso, alla integralità e dunque alla effettività del godimento di diritti fondamentali di cittadinanza.

E’ una finta libertà di scelta: nessuno può essere lasciato solo dinanzi al mercato della casa e della salute.

Inoltre le politiche pubbliche non possono privilegiare o punire idee, comportamenti. Questa è l’unica base su cui si può essere portatori di un diritto.

Perché vedete: Libertà può avere tanti significati.

E’ la libertà di aspettare tempi d’attesa lunghi per una visita nelle strutture pubbliche?

E’ la libertà di andare in una scuola pubblica con strutture obsolete, con poche risorse e senza il tempo pieno?

E’ la libertà di vagare tra un ospedale e un altro alla ricerca di un medico non obiettore di coscienza?

E’ la libertà di essere espulse dal mondo del lavoro dopo aver avuto il primo figlio?

Per noi libertà, nobilissima parola che abbiamo voluto anche nel nome del nostro movimento, significa poter cogliere pari opportunità per tutte e tutti.

Crediamo che i bisogni cui dare risposta in termini di società (e non di risposte individuali)  sono quelli dei giovani (e si risponde precarizzando tutto quello che si può e si riesce), delle donne e della loro libertà, dei settori più innovativi e del ceto medio (e si colpiscono o si stigmatizzano le scelte sugli stili di vita) o degli immigrati (buoni durante l’orario di lavoro – meglio se in nero – ma negati nella dimensione civile). Non si vuol dire, certo, che manchi ogni politica, anche verso questi settori: si vuole sottolineare che da un lato le politiche pubbliche del centrodestra in Lombardia veicolano un messaggio culturale arretrato (si guardi al campo dei diritti civili e di libertà individuale che avrebbero, in una fase come la attuale, una enorme carica di innovazione e rinnovamento) e dall’altro presentano una miscela di paternalismo e di governo minimo travestiti da “pragmatismo lombardo”.

Nella società lombarda c’è molto di più – quanto a coscienza civile, conoscenza, apertura al mondo, cultura, voglia di fare e costruire – di quanto siano capaci di offrire  culture e le politiche del centro destra lombardo. Lega, Berlusconi e Formigoni mettono insieme e fanno ben  convivere localismo separatista, liberismo accentuato, particolarismo confessionale, che si possono incontrare in una strategia che si fonda su forti nuclei di identità culturale e ha bisogno continuamente di avversari e nemici. Mercato e “prestazioni” invece di diritti, buoni invece di servizi, “libertà di scelta” – cioè bastare a se stessi – invece di servizi pubblici pluralisti e laici.

La nostra opposizione e un altro programma e un’altra idea di futuro.

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