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La lettera – I seienni scrivono al premier e al ministro del Lavoro

La lettera dei ventenni al premier Mario Monti, il cui primo firmatario siede nel CdA della Bocconi insieme al professor Mario Monti, pubblicata oggi sulle pagine del Corsera, sta suscitando davvero molte reazioni.

Nella tarda mattinata, abbiamo ricevuto in copia conoscenza un interessante contributo sul tema, ugualmente indirizzato al Presidente del Consiglio, altrettanto spontaneo ma molto più sincero e vissuto dell’originale.

È una lettera di seienni, figli di impiegati, operai e precari, che provano a spiegare il lavoro e i diritti (negati) da acuti osservatori della vita di mamma e papà.

Cari presidente del Consiglio e ministro del Lavoro,

in queste ore si discute ovunque della riforma del mercato del lavoro.
Il contributo di noi bambini, che non sediamo nel CdA della Bocconi e che abbiamo origini umili e sincere, giunge in forma spontanea. Il nostro non è tifo scriteriato né corporativismo generazionale: è serio interesse per il nostro futuro che ci vedrà giocoforza protagonisti, prima che da lavoratori come studenti.

Riteniamo doveroso partecipare al dibattito con le nostre proposte e osservazioni: si ragiona di diritti (che ci saranno negati, si potrebbe aggiungere) e vorremmo offrire il nostro punto di vista, decisamente con più modestia di quello dei nostri fratelli ventenni. Le idee che proviamo a riassumere in questa lettera aperta non trovano spazio nello scontro ideologico in atto, anche perché non germogliano all’interno di esperienze rigidamente consolidate; non ci riteniamo «arruolati» nello schema ottocentesco di sigle ed etichette né facciamo finta di non esserlo, del resto non siamo ancora dei postadolescenti: anzi ci spiace che le scorciatoie lessicali e mediatiche abbiano avuto la meglio sui contenuti.

Abbiamo il dubbio che saremo colposamente sospesi tra il vuoto di aspettative ed il miraggio di sicurezze, senza possibilità di metterci in gioco con le stesse garanzie che solo una parte dei nostri padri, e ancor meno le nostre madri, si vedono attribuite.

Proprio nelle scorse settimane Lei è intervenuto a proposito della necessità di ridare opportunità concrete a chi oggi rischia di restare senza tutela alcuna.
Come può capire, il tema ci è caro per due motivi: perché dipendiamo dalle tutele e dal lavoro dei nostri genitori e perché quando saremo grandi dovremo smetteremo di giocare.

Il mondo cui ci affacceremo ci sembra strano: da un lato ci sono i bambini privilegiati che godranno della eredità dei loro genitori, hanno tanti giocattoli, viaggiano per il mondo e studieranno all’estero; dall’altro le occasioni perse, le vite difficili nelle scuole di periferia.
Dal guado in cui rischiamo di essere intrappolati, non tolleriamo che — come troppo spesso accade — le posizioni su un argomento tanto delicato cedano alla banalizzazione del partito preso, o del punto di vista parziale, seppur bocconiano.

Vorremmo poter diventare cittadini maturi di un Paese in cui ci si rivolge ai bambini con un occhio di riguardo e siamo convinti che ora si possa realizzare la tanto agognata inversione di rotta: è tempo di premere l’acceleratore sulle riforme. È inoltre evidente che, solo se si riuscisse a puntare su di noi, indirettamente sui nostri genitori, anche la vicenda economica nazionale ne trarrebbe diretto vantaggio.

“Tutelare un po’ meno chi oggi vive di rendita e tutelare un po’ di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro, chi non riesce ad entrarci e anche chi il lavoro l’ha perso.”
Dal nostro Presidente ci saremmo aspettati queste parole, non altre. Quanto al metodo, aggiungiamo pure che, in questo momento di trattative serrate, si rischia di lasciare fuori dal tavolo della concertazione un’intera categoria di portatori di interessi: quella di noi bambini, dei figli di chi lavora.
La nostra voce è stata marginalizzata e resa afona, non per nostra responsabilità: purtroppo non possiamo che subire le vostre decisioni e consentire che l’indifferenza lasci ampi spazi di manovra a chi non ha avuto a cuore le nostre sorti.

Nel sistema economico in cui i nostri genitori lavorano e che noi affronteremo tra qualche anno, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma saremo tenuti a rispettarle per poter vivere anche noi, con una qualche dignità.
Anche i nostri genitori, per offrire a noi una buona vita, devono poter «stare sul mercato».
Abbiamo forti speranze ed una notevole fiducia in questo esecutivo, crediamo insomma che sia il momento giusto per osare. Chiediamo che si rinunci definitivamente al clima di discriminazione nei confronti dei bambini e dei loro genitori.

È un errore cui occorre porre rimedio, in fretta: spostare la bilancia del futuro dal privilegio al lavoro, che noi vediamo ogni giorno nella stanchezza dei nostri genitori, è l’impegno con cui vorremmo si cimentassero in questo momento le istituzioni patrie.

Sappiamo che il dibattito è attorcigliato attorno a temi abusati. Non studiamo nelle università in cui Lei ha insegnato e rinunciamo, dunque, a parlare di un mondo di cui ancora non abbiamo fatto parte, come il mondo del lavoro.

Ci scandalizza però che si cominci a ragionare del cosiddetto «motivo economico o organizzativo per il licenziamento», nell’ottica di una intelligente spinta riformatrice.
Oggi imprenditore e lavoratore non si muovono nella stessa direzione e non condividono i medesimi obiettivi, troppe volte nella nostra pur leggera e breve vita abbiamo visto che non sempre entrambi vogliono il bene dell’azienda: lo abbiamo sentito a cena, nei racconti un po’ tristi tra mamma e papà.

Non ci stiamo: proprio perché crediamo di valere molto, e perché lo dobbiamo ai sacrifici dei nostri genitori. Noi ci diciamo pronti alla sfida.
Si investa nella scuola, in modo che istruisca tutti indipendentemente dalla città, dalla regione o dal quartiere in cui si abita: si premino i più bravi, non i rampolli, attraverso un nobile sistema di incentivi economici e sociali.

Quella che auspichiamo è anche una riforma culturale: i nostri padri oggi sono succubi di una società delle relazioni più che del merito, in cui essere in un certo “giro” premia molto più del lavoro svolto quotidianamente; le nostre madri sono succubi di una società che non dà loro alcuna possibilità semplicemente perché ci crescono e perché potrebbero regalarci un fratellino o una sorellina più piccoli. Oggi siamo noi quelli costretti a soccombere rispetto alle mille garanzie e possibilità che alcuni privilegiati tolgono ai nostri genitori.

È tempo di ristabilire le priorità e allocare con equità i necessari sacrifici: l’egoismo di chi già ha, l’ingordigia dei privilegiati sono malattie che rischiano di ammorbare il nostro avvenire.
Scommettiamo senza indugio nel nostro futuro, nella nostra istruzione, nel lavoro dei nostri genitori: sono queste le nostre richieste, in sintesi. Le sigle politiche che hanno guidato il Paese negli ultimi decenni, anche per via di un ossequio screanzato verso la propria base elettorale, hanno totalmente escluso il tema del lavoro dall’agenda di governo.
Hanno così prevalso le forze della conservazione costringendo il Paese a rinunciare alla sua anima «solida» e «solidale». Fate presto, vi scongiuriamo. Sappiamo che la squadra di governo è al lavoro per ridisegnare i contorni normativi della materia, ci piacerebbe tenesse conto dei nostri spunti. Signor presidente, non neghi neppure ai bambini la chance di ripartenza e «rimuova gli ostacoli di ordine economico e sociale» che hanno finito per realizzare l’attuale regime di apartheid fra ricchi e poveri. Buon lavoro a tutti voi, noi ora torniamo a giocare.

Carlotta A.
Antonio S.
Stefania F.
Francesco F.
Fabio M.
Massimo A.
Anita L.
Loredana S.
Silvia P.
Paolo C.
Maria Luisa L.
Michele R.

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