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Non riconoscere il figlio è un diritto. In ogni caso.

La legge italiana garantisce a ogni donna il diritto di partorire nell’anonimato, di non riconoscere il figlio e di lasciarlo presso l’ospedale che avvierà le procedure per la sua adozione.

Ci chiediamo allora con grande amarezza come la giovane che ha dato alla luce ieri il suo bimbo al San Paolo andandosene poco dopo sia diventata un caso e rischi addirittura – leggiamo sulla stampa – una denuncia per abbandono di minore.

Non avrà seguito le procedure corrette, probabilmente non conoscendole. Ma non ha mollato il suo piccolo per strada, magari in un cassonetto. L’ha lasciato al sicuro, in ospedale, come molte altre donne decidono di fare e come la legge prevede.

Troviamo quindi gravissimo il fatto che le sue generalità siano state fornite non solo alle forze dell’ordine, ma persino ai giornali, con diffusione e pubblicazione di iniziali, età, nazionalità e persino zona di residenza.

La donna che non voglia riconoscere il figlio ha diritto a una rigorosa protezione del segreto del suo nome. E che una giovane debba scontare in modo così pesante il fatto di essere scappata subito dopo il parto anziché firmare un modulo, appare davvero inaccettabile.

Ci mancava, questa storia, in Lombardia, dove abortire è sempre più difficile, dove si prevedono funerali per gli embrioni, dove si fanno le crociate contro la Ru486 e addirittura la pillola del giorno dopo. Ci mancava proprio. E ci lascia ancor più convinte nell’impegno a difesa della legge 194 e della autodeterminazione delle donne.

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