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Non solo equità, ma un investimento sul futuro di tutti.

In una settimana in cui la retorica reazionaria, ringalluzzita dagli atti violenti di una minoranza cretina che nulla ha a che spartire con un movimento mondiale come quello degli indignati, l’ha fatta da padrone nascondendo ancora una volta i problemi reali è uno studio della Banca d’Italia a riportare il Paese alla realtà, a una crisi in granparte dovuta a sperequazioni sociali, a occasioni mancate, a scelte stupidamente ideologiche.

Il calcolo presentato da Bankitalia pone una domanda semplice : cosa succederebbe in Italia se si raggiungesse il traguardo fissato dal Trattato di Lisbona, se cioè l’occupazione femminile arrivasse al 60%?
La risposta ha un che di ironico, per chiunque abbia a cuore la parità di genere: “il nostro Prodotto interno lordo aumenterebbe del 7% con un incremento della ricchezza nazionale (Pil) pari a quella che abbiamo faticosamente accumulato in dodici anni dal 1998 al 2010.”
Detto in altre parole: la promozione della presenza delle donne sul mercato del lavoro non è solo una questione di equità, è una questione di benessere e un investimento sul futuro di tutti.

Di fronte a questi dati che dire della nostra 74esima posizione su 134 nel Global Gender Gap Index, l’indice che misura le disparità di genere?
Per affrontare la questione nel suo complesso dobbiamo aggiungere un secondo aspetto: in Italia si è arrivati a un incrocio paradossale di bassa partecipazione delle donne al mondo del lavoro e contemporaneamente bassa fecondità.
È necessario iniziare a prendere coscienza della necessità di azioni che si svolgono all’interno di quella che viene definita «la seconda transizione demografica»: i Paesi dove si fanno più figli sono oggi quelli che hanno indici di occupazione femminile più alti.

È necessario, oggi più che mai, che si inizino ad attuare quelle politiche, di cui ormai sentiamo parlare da oltre un decennio e di cui vediamo i risultati in Francia, Germania, Inghilterra, che favoriscono la conciliazione tra vita privata e professionale (flessibilità, part time, telelavoro, congedi parentali) e quegli interventi fiscali a sostegno dell’occupazione, soprattutto delle madri, e delle imprese al femminile.

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